Racconti per pensare

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Brescia, lunedì, ore 14,30: salgo sul treno per Cremona: la carrozza è piena di studenti; a mala pena trovo un posto tra borse e cappotti ammucchiati ovunque. Mi guardo attorno: accanto a me una ragazza, un ragazzo e una giovane donna di colore con una bellissima bimba, di un anno circa o poco più, nella carrozzina, tutta dedita ad osservarmi con intensità crescente; sul lato opposto quattro giovani; dalla mia postazione noto altri sui sedili più avanti.

Martedì 17 novembre, ore 7.45: da Via Angelo Monti, mi affaccio alle strisce pedonali di Corso Vacchelli. Le auto non si fermano. Aspetto. Finalmente c’è una possibilità: un’auto è in vista, ma ci sono vari metri di distanza...

A quasi due settimane dalla celebrazione del nostro patrono Sant’Omobono, ripenso ancora a quella bella testimonianza di devozione che, come ogni anno, i cremonesi rendono al cristiano cremonese che più di ogni altro ha onorato la nostra terra e la nostra città.

Ho incontrato, nei giorni scorsi, una signora, madre di tre figli, una ragazza e due ragazzi, ormai tutti universitari; bravi ragazzi, educati cristianamente in una famiglia di cattolici praticanti; legati fino al tempo delle scuole superiori, alla parrocchia e alle sue attività. Giunti all’università, ecco il cambiamento repentino: nessuno va più a Messa la domenica. La mamma ne parla amareggiata: «Li abbiamo cresciuti da cristiani. Come è stato possibile? Restano bravi ragazzi. Ma noi li vorremmo anche bravi cristiani». 

Torno a parlare della trasmissione della fede da una generazione all’altra, oggi sempre più difficile. A Roma, pochi giorni fa, incontro un amico, che romano non è, ma originario di una città del Nord. Ha due figli, di sedici anni l’uno e quattordici l’altro. I genitori sono profondamente credenti, cresciuti e formati – oltre che in famiglie praticanti e impegnate in parrocchia – dall’esperienza oratoriana, della quale a distanza di tanti anni conservano un grande ricordo, sostenuto dal profondo legame con gli amici di allora, insieme ai quali hanno portato avanti il loro cammino di fede.

Fin da quando, nell’ottobre del 1955, entrai, bambino di dieci anni, nel seminario di Cremona, ci siamo considerati compaesani; provenivamo da paesi diversi, ma molto vicini: io da Spinadesco e lui dalla “Cava”, cioè Cavatigozzi. Io frequentavo la prima Media, lui la prima Teologia. Negli anni successivi, poi, lui è stato il mio “prefetto”: in seconda e terza Media, nonché in quarta Ginnasio; un prefetto severo, ma giusto e attento a noi ragazzi.

Mercoledì scorso, poco prima delle ore 16, passando per Via Mazzini a Cremona, mi è capitato di incontrare un... giovane di circa 40 anni, che anni fa era fidanzatissimo con la figlia di una coppia di miei amici dalla quale, dopo non pochi anni di immenso amore era stato... mollato. Lavora a Cremona, per cui ogni tanto, casualmente, lo incontro.

Davvero non si finisce mai di stupirsi. Questa l’ho vista non molti giorni fa partecipando a un funerale. Conclusa la celebrazione eucaristica e le preghiere dell’ultimo saluto in chiesa, i sacerdoti, preceduti dalla croce astile sorretta dal sagrestano, si dirigono verso la piazza, precedendo i parenti e gli altri partecipanti. Fuori, a due passi dal portone è in attesa il carro funebre: il celebrante e gli altri sacerdoti vi si accostano in silenzio in attesa dell’arrivo del feretro portato a mano dagli addetti in severo abito scuro.

Duomo di Cremona, ore 17.50 di una domenica di non molto tempo fa. Terminato il canto dei Vespri insieme ai canonici, mi reco nella cappella del Santissimo Sacramento per un momento di preghiera personale. Nella fila di banchi opposta a quella in cui mi trovo io, due o tre banchi avanti, stanno sedute due anziane signore impegnate in una vivacissima attività affabulatoria. Le conosco benissimo da tempo. Stanno sedute l’una accanto all’altra, discutono animatamente a voce medio-alta, gesticolano, s’infiammano nel discorrere.

Un fantasma si aggira per il duomo di Cremona: l’ho incontrato per ben due volte nel giro di pochi giorni. La prima volta fu giovedì 4 febbraio, verso le ore 18.20. Era in corso la Messa celebrata dal parroco; avvicinandomi alla cappella del Santissimo, notai, nella semioscurità, che ne usciva in gran fretta una figura maschile con in testa un grande cappello a forma di imbuto capovolto – largo una cinquantina di centimetri –, che sembrava fatto di carta, di un colore verde scuro a macchie; il corpo era coperto da un lungo giaccone di lana spessa, da cui usciva un paio di pantaloni malmessi con la “pétèera” (per chi non lo sapesse: il “cavallo” dei pantaloni) abbassata al ginocchio, come oggi da molti ragazzi si usa. Il volto non si vedeva, nascosto dal grande cappello, dal quale usciva una lunga scomposta capigliatura. Uscito dalla cappella, si diresse, quasi di corsa, senza guardarsi attorno, verso la porta meridionale: più che una camminata, sembrava una fuga.